La Chiesa cosa insegna su lavoro, lavoratori e padroni?

Domenica, 6 dicembre 2020

Come si legge nel libro della Genesi (2,15):

Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.

Dunque il lavoro è nel progetto di Dio per l’uomo fin dall’inizio della Creazione. Perché allora, nei millenni della storia umana, il lavoro ha significato per molti lacrime e sangue, sfruttamento e malattia, conflitto e morte? Tutto ciò è avvenuto a causa della ribellione dell’uomo a Dio, fin dal peccato originale.

La coltivazione e la custodia affidate all’uomo nel Paradiso terrestre, si trasformano in conseguenza del primo peccato (Gn 3,17-19):

[…] maledetto sia il suolo per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo
per tutti i giorni della tua vita.
Spine e cardi produrrà per te
e mangerai l’erba campestre.
Con il sudore del tuo volto mangerai il pane […]

Tra fine Settecento e metà Ottocento, si affermò, con la prima rivoluzione industriale, lo sfruttamento brutale degli operai, da parte del nascente capitalismo. Sorsero, nel frattempo, le ideologie socialista e comunista, che incitavano i lavoratori oppressi alla rivolta, non solo contro la società, ma anche contro la famiglia e la Chiesa.

La Chiesa Cattolica, mostrandosi sempre maternamente sollecita, intervenne allora con un’Enciclica dedicata alla questione operaia. Fu Papa Leone XIII a firmarla, nel 1891, con il titolo di Rerum novarum.

Nel 40° anniversario dell’Enciclica di Leone XIII, Papa Pio XI promulgò un’altra Lettera Enciclica sul tema del lavoro, Quadragesimo Anno. Pio XI intendeva così, da una parte, rendere omaggio al Magistero illustrato dal suo predecessore quarant’anni prima. E, dall’altra parte, il Santo Padre offriva ai fedeli, in una situazione ancor più deteriorata, la guida sicura della Chiesa.

Lavoratori giovanissimi della Pennsylvania, USA, 1911 (non conosciute restrizioni utilizzo immagine, foto da http://www.gamma.library.temple.edu)

Le Encicliche di Leone XIII e Pio XI sulla questione del lavoro rappresentano il contributo essenziale del Magistero cattolico. Allo stesso tempo, sono due documenti che lasciano trasparire la sapienza soprannaturale e il puro ardore di carità dei due Pontefici.

Altre due Encicliche sullo stesso tema, Mater et magistra (1961) di Giovanni XXIII, e Laborem exercens (1981) di Giovanni Paolo II, non hanno apportato grandi novità.

Desideriamo qui attingere soprattutto dalla Rerum novarum, la più ricca d’insegnamenti fra le quattro Encicliche citate.

Sollecitudine verso i lavoratori

Il Santo Padre, Leone XIII, manifesta, a nome della Chiesa (par. 2),

[…] come sia di estrema necessità venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai proletari, che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni, indegne dell’uomo. Poiché, soppresse nel secolo passato le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire in loro vece, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balìa della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza.

L’ingiustizia di socialismo e comunismo

L’ideologia socialista, nota il Santo Padre, propone l’abolizione della proprietà privata, ma ciò è ingiusto, per diversi motivi:
– si attenta ai legittimi diritti dei proprietari;
– si rende lo Stato una dittatura;
– si provoca un rivolgimento sociale;
– si nega il diritto stesso del lavoratore, che svolge la sua attività anche e sempre per ottenere la proprietà privata personale;
– l’uomo riceve da Dio il diritto alla proprietà per saper provvedere a se stesso, con il buon uso della sua libertà, del suo ingegno e delle sue forze;
– gli stessi Comandamenti divini obbligano al rispetto della proprietà privata: il Settimo Comandamento è: Non rubare; il Decimo Comandamento dispone: Non desiderare la roba d’altri.

Obblighi del lavoratore e del padrone

Continua la Rerum novarum:

16. […] Obblighi di giustizia, quanto al proletario e all’operaio, sono questi: prestare interamente e fedelmente l’opera che liberamente e secondo equità fu pattuita; non recar danno alla roba, né offesa alla persona dei padroni; nella difesa stessa dei propri diritti astenersi da atti violenti, né mai trasformarla in ammutinamento; non mescolarsi con uomini malvagi, promettitori di cose grandi, senza altro frutto che quello di inutili pentimenti e di perdite rovinose. E questi sono i doveri dei capitalisti e dei padroni: non tenere gli operai schiavi; rispettare in essi la dignità della persona umana, nobilitata dal carattere cristiano. Agli occhi della ragione e della fede il lavoro non degrada l’uomo, ma anzi lo nobilita col metterlo in grado di vivere onestamente con l’opera propria. Quello che veramente è indegno dell’uomo è di abusarne come di cosa a scopo di guadagno, né stimarlo più di quello che valgono i suoi nervi e le sue forze. Viene similmente comandato che nei proletari si deve aver riguardo alla religione e ai beni dell’anima. È obbligo perciò dei padroni lasciare all’operaio comodità e tempo che bastino a compiere i doveri religiosi; non esporlo a seduzioni corrompitrici e a pericoli di scandalo; non alienarlo dallo spirito di famiglia e dall’amore del risparmio; non imporgli lavori sproporzionati alle forze, o mal confacenti con l’età e con il sesso.

17. Principalissimo poi tra i loro doveri è dare a ciascuno la giusta mercede. Il determinarla secondo giustizia dipende da molte considerazioni […] Defraudare poi la dovuta mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio.

Che dire invece, quando ancora oggi, in Italia e altrove, i datori di lavoro non pagano il dovuto ai dipendenti? E i modi sono vari: pretendere il lavoro straordinario, ma senza retribuirlo; assumere con qualifiche inferiori alle mansioni effettivamente svolte, per poter abbassare il salario; ricorrere ai lavoratori col sistema “usa e getta”, licenziandoli appena si debba inquadrarli secondo la posizione da loro maturata; e così via.

Sono solo quattro i peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio:

– omicidio volontario;
– peccato impuro contro natura;
– oppressione dei poveri;
– frode nella mercede, cioè nel compenso ai dipendenti.

E tra gli imprenditori che so aver fatto cose simili, uno è morto in ospedale dopo aver sofferto a lungo come un cane, mentre sua moglie, che era d’accordo con lui, sopravvive in preda al delirio; un altro imprenditore è morto prima di compiere i 70 anni, in circostanze orribili.

Inoltre, cosa meriterebbero quegli imprenditori che riempiono le loro aziende di turpiloquio e bestemmie; che richiedono ai dipendenti di fare veri e propri peccati, come bugie o comportamenti disonesti; che tollerano, anzi, favoriscono un ambiente di lavoro saturo di aggressività e degrado? Attenti però, padroni e dipendenti: se accettiamo di commettere anche un solo peccato veniale volontario, ne dovremo rendere conto a Dio!

Le responsabilità dei governi

Dal par. 27:

Ora, essendo assurdo provvedere ad una parte di cittadini e trascurare l’altra, è stretto dovere dello Stato prendersi la dovuta cura del benessere degli operai; non facendolo, si offende la giustizia che vuole si renda a ciascuno il suo.

E nel par. 29 si legge:

Ora, interessa il privato come il pubblico bene che sia mantenuto l’ordine e la tranquillità pubblica; che la famiglia sia ordinata conforme alla legge di Dio e ai principi di natura; che sia rispettata e praticata la religione; che fioriscano i costumi pubblici e privati; che sia inviolabilmente osservata la giustizia; che una classe di cittadini non opprima l’altra; che crescano sani e robusti i cittadini, atti a onorare e a difendere, se occorre, la patria.

Da decenni, invece, in Occidente i governi non fanno altro che lanciare affronti contro Dio, la famiglia, la moralità pubblica, la giustizia nei confronti dei più poveri. E hanno provveduto, da una parte, a far entrare nelle nostre nazioni milioni di musulmani, che secondo il loro credo devono sottomettere tutti all’Islam, con la violenza. Dall’altra parte, hanno abolito il servizio militare, in modo che i nostri uomini siano tutti degli smidollati, carne da macello insieme ai loro familiari, qualora gli immigrati ricevano il segnale di assalirci. Un altro motivo per abolire il servizio militare, è concentrare il potere delle armi in reparti di uomini pronti ad obbedire ai poteri forti. Sembra infatti che una dittatura militare non sia da escludere, neppure in Italia.

Unione Europea (foto di Gerd Altmann da Pixabay)

Sciopero, riposo festivo, corporazioni

La Chiesa, come insegna Papa Leone XIII, non approva lo sciopero, purché i diritti dei lavoratori siano difesi dallo Stato e dalla magistratura.

Vi è anche un riferimento al riposo festivo, oggi selvaggiamente violato dalla maggioranza degli italiani e degli occidentali. I lavoratori non ne hanno colpa, se non sono consenzienti e non possono trovare un’altra e adeguata occupazione. Anche se bisogna ricordare che rimane almeno l’obbligo di partecipare alla S. Messa di precetto. Si può ricorrere all’autorità del Vescovo locale, che può assegnare un altro giorno della settimana, con lo stesso valore di precetto. Ma quelli che si presentano di domenica a fare compere ne hanno tutta la responsabilità, perché lo fanno liberamente.

32. […] Di qui segue la necessità del riposo festivo. Sotto questo nome non s’intenda uno stare in ozio più a lungo, e molto meno una totale inazione quale si desidera da molti, fomite di vizi e occasione di spreco, ma un riposo consacrato dalla religione.

Le premure del Santo Padre Leone XIII tengono conto anche della fatica fisica e delle necessità della famiglia cattolica:

33. Quanto alla tutela dei beni temporali ed esteriori prima di tutto è dovere sottrarre il povero operaio all’inumanità di avidi speculatori, che per guadagno abusano senza alcuna discrezione delle persone come fossero cose. Non è giusto né umano esigere dall’uomo tanto lavoro da farne inebetire la mente per troppa fatica e da fiaccarne il corpo. Come la sua natura, così l’attività dell’uomo è limitata e circoscritta entro confini ben stabiliti, oltre i quali non può andare. […] Così, certe specie di lavoro non si addicono alle donne, fatte da natura per i lavori domestici, í quali grandemente proteggono l’onestà del sesso debole, e hanno naturale corrispondenza con l’educazione dei figli e il benessere della casa.

Nel corso della Prima Guerra Mondiale, molte donne vennero chiamate a lavorare nelle fabbriche al posto degli uomini andati in guerra. Trovarsi a contatto con l’ambiente maschile delle fabbriche, facilitò il degrado dell’animo femminile e materno delle donne.

La soluzione della Chiesa per l’armonia e la giustizia nei rapporti di lavoro prevede anche il ricorso alle corporazioni. Storicamente, questa si è dimostrata una soluzione di grande efficacia, nel Medioevo e poi fino al Settecento. Erano associazioni di persone che lavoravano in uno stesso settore. Ad esempio, corporazioni di arti e mestieri, di mercanti, eccetera. Le corporazioni garantivano il reciproco soccorso e la concordia sociale, anche perché includevano sia i lavoratori dipendenti che i loro capi. Ovviamente, in quei secoli le corporazioni erano animate dalla fede cattolica.

Oggi invece abbiamo solo i sindacati, con una vocazione comunista, o di fatto aconfessionale.

Così Papa Leone XIII apponeva la sua gloriosa firma alla Rerum Novarum, secondo l’uso dei Pontefici:

Dato a Roma presso san Pietro, il giorno 15 maggio 1891, anno decimoquarto del nostro pontificato.

LEONE PP. XIII

* * * * *

Papa Pio XI (1857-1939). A sinistra, nella foto, l’allora Card. Eugenio Pacelli, che divenne poi Papa con il nome di Pio XII (ricordato anche come il Pastore Angelico).

Dalla successiva Enciclica scritta sullo stesso tema da Papa Pio XI, riportiamo un solo splendido passo. Come dicevamo, si tratta della Quadragesimo anno, promulgata nel 1931.

72. In primo luogo, all’operaio si deve dare una mercede che basti al sostentamento di lui e della sua famiglia (cfr. enc. Casti connubii del 31 dicembre 1930). È bensì giusto che anche il resto della famiglia, ciascuno secondo le sue forze, contribuisca al comune sostentamento, come già si vede in pratica specialmente nelle famiglie dei contadini, e anche in molte di quelle degli artigiani e dei piccoli commercianti; ma non bisogna che si abusi dell’età dei fanciulli né della debolezza della donna. Le madri di famiglia prestino l’opera loro in casa sopra tutto o nelle vicinanze della casa, attendendo alle faccende domestiche. Che poi le madri di famiglia, per la scarsezza del salario del padre, siano costrette ad esercitare un’arte lucrativa fuori delle pareti domestiche, trascurando così le incombenze e i doveri loro propri, e particolarmente la cura e l’educazione dei loro bambini, è un pessimo disordine, che si deve con ogni sforzo eliminare. Bisogna dunque fare di tutto perché i padri di famiglia percepiscano una mercede tale che basti per provvedere convenientemente alle comuni necessità domestiche.

Il Signore Dio nostro, nel suo amore infinito, chiama gli sposi cattolici a collaborare al dono della vita. Alla fine della nostra esistenza terrena, Dio non chiederà conto agli sposi dei piaceri goduti, dei “pezzi” prodotti, del successo ottenuto, ma dei figli accolti, amati e guidati con puro amore verso il Paradiso. Là, nel Regno celeste ed eterno, Dio attende marito, moglie e i loro figli.

I governi occidentali, invece, sono sorti dopo l’abolizione o lo svuotamento di potere delle monarchie, per devastare ogni nostro bene spirituale e materiale. Hanno fatto di tutto per corrompere e distruggere i lavoratori, le persone, la famiglia. La globalizzazione, che ha devastato interi settori dell’economia occidentale, è parte di un piano diabolico ben preciso. L’economia globalizzata, lo strozzinaggio delle banche appropriatesi della moneta nazionale, e il crollo demografico indotto in ogni modo possibile, hanno portato ad un impoverimento generalizzato.

In Italia si è aggiunto il passaggio criminale dalla lira all’euro, che ha privato il nostro Paese di enormi ricchezze, trasferendole alla Germania.

Come se ciò non bastasse, i vari governi italiani degli anni Duemila hanno reso sempre più precario il lavoro, in modo da impedire più possibile la formazione di famiglie cattoliche e la procreazione dei figli. I figli del diavolo potranno mai volere la generazione dei bambini e la loro salvezza eterna? Anzi, hanno anche fatto leggi per sancire un riconoscimento dello Stato alle convivenze… I meriti che stanno accumulando per guadagnarsi un posto all’inferno sono senza numero.

* * * * *

Ora, per concludere il discorso con un tocco di bellezza, ricorriamo alla poesia di Dante Alighieri. Il Sommo Poeta fa pronunciare al suo trisavolo Cacciaguida, nel Canto XVII del Paradiso, nella Divina Commedia, alcuni versi premonitori (vv. 55-66). In primo luogo riguardano Dante, ma in senso più ampio ogni uomo e donna di fede, che attraversano questa valle di lacrime.

Siamo come in esilio, e il pane che mangiamo spesso ci viene concesso da gente senza fede. Nelle nostre giornate, scendiamo e saliamo per le scale di estranei, ed è per noi un «duro calle», una via disagevole. Intorno, raramente abbiamo dei veri tesori di amici e familiari, ma più spesso una «compagnia malvagia e scempia», cioè cattiva e insensata. La nostra rettitudine ci attirerà maldicenze, commiserazione e persino vere e proprie aggressioni. Ma un giorno saranno loro ad averne «rossa la tempia», a vergognarsi, senza più rimedio, dinanzi al Trono di Dio Giudice. Intanto, però, qualche Ave Maria offriamola per questi disgraziati… Ed ora lasciamo parlare Dante.

Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.
E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle;
che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr’a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.

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